Soumaila Sacko, l’eroe. Perché nessuno può più fare finta di niente

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Era un eroe. Assassinato da una fucilata che lo ha colpito in testa da un delinquente razzista, Soumaila Sacko, migrante dal Mali, non ha ricevuto l’omaggio funebre del nuovo governo incapace di dire alcunché su un giovane ammazzato in Calabria in un orrendo tiro al bersaglio. Ma Soumaila Sacko era davvero un eroe che sferza la nostra coscienza. La coscienza di tutti, anche di noi «buoni» e «civili», non solo dei razzisti, dei violenti, degli intolleranti. Era un eroe perché era un sindacalista dei nuovi schiavi, era l’unico che si occupava di loro in quella terra disgraziata.

Movimento bracciantile
L’unico. Noi no, e non solo quelli del nuovo governo in cui l’esodo dei poveri viene definito, senza pudore, come una «pacchia». Noi stentiamo a riconoscere i tratti del nuovo schiavismo. Soumaila Sacko, solitario ed eroico, lottava contro i nuovi schiavisti che fanno lavorare i miserabili scampati alla guerra e alla fame per due euro all’ora, quindici ore al giorno, nel caldo bollente e sotto le tempeste. Noi lo sappiamo, ma facciamo finta di niente. Stava frugando in un deposito di rottami per procurarsi il tetto dei tuguri di lamiera dove sono stipati migliaia di nuovi schiavi, con qualche bambino persino: noi lo sappiamo che esistono queste discariche di lamiera, ma facciamo finta di niente. Era malvisto dai «caporali» che ogni giorno prendono per fame questi nuovi schiavi per la raccolta di pomodori e agrumi. Un tempo la battaglia contro il «caporalato» era un fiore all’occhiello per chi lottava contro la mancanza di diritti e per la dignità del lavoro. Un tempo, si diceva, il movimento bracciantile, la parte più nobile della storia di una sinistra che non sempre è stata nobile, insegnava ai lavoratori a non «chinare il capo» davanti agli sfruttatori che si servivano dei mazzieri e dei «caporali». Oggi solo Soumaila Sacko portava quella bandiera ed è stato ucciso, come un eroe. Lasciato solo da chi non presta più attenzione agli ultimi della terra, i nuovi schiavi ammassati nei campi di lamiere a due l’euro l’ora. E nemmeno ai penultimi, il cui lavoro viene polverizzato dall’arrivo degli ultimi che prendono ancora meno, e che sono arrabbiati, e non si riconoscono più nei partiti tradizionali che li hanno abbandonati e sono tentati dal rancore xenofobo: i penultimi che si scagliano contro gli ultimi.

Lavoro nerissimo
Noi sappiamo che la maggior parte dei nuovi schiavi lavora senza contratto. Sappiamo che mai si è visto da quelle parti un ispettore del lavoro per esaminare le irregolarità e colpire gli imprenditori italiani che approfittano del lavoro nerissimo. Noi sappiamo che per una manciata di euro i nuovi schiavi si piegano al lavoro stagionale della raccolta agricola, ma anche a massacrarsi di fatica (regolare?) nella distribuzione dei pacchi che noi siamo contenti di ricevere in casa con la fatica di un clic. Davvero non immaginiamo in che condizioni vivono e lavorano i lavapiatti pagati in nero? Chi pulisce i servizi igienici negli autogrill, nelle stazioni ferroviarie, nei grandi outlet? Di che colore è la pelle, nella maggior parte dei casi? E chi li assume, e che punizioni incombono per chi si avvale di quella manodopera sottopagata violando la legge? Non è che non sappiamo, è che facciamo finta di non sapere, avvolgendoci nel calore della retorica dolciastra dell’accoglienza, e delegando il lavoro duro di denuncia e di battaglia a Soumaila Sacko, eroe misconosciuto, assassinato come in una riedizione di Mississippi Burning. Isolato dai «cattivi», abbandonato anche da noi «buoni», dai liberali, dai tolleranti, dai moderni, che la sanno lunga ma sono incapaci di vedere che in Italia è rinato lo schiavismo.

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