Agricoltura, non solo sfruttamento dei braccianti: un’indagine sulle “buone pratiche”

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L’indagine del Milan Center for Food Law and Policy, centro nato dall’Expo di Milano e promosso da Comune, Regione e Camera di Commercio: dai presidi della Caritas al camper della Flai-Cgil al codice di condotta della Coop (articolo di Repubblica)

Sono i lavoratori più facili da sfruttare: precari, quasi nomadi, si muovono per l’Europa con una periodicità scandita dalle stagioni di raccolta dei pomodori, delle fragole, dell’uva. Sottopagati, privi di garanzie, senza di loro molti prodotti non arriverebbero nelle nostre tavole, ma nei 28 Paesi Ue si fa fatica persino a rintracciare tra le norme in vigore la definizione di “sfruttamento del lavoro” o di lavoro nero. Eppure, anche nei campi qualcosa si sta muovendo: il Milan Center for Food Law and Policy, il Centro di Documentazione sulle politiche in materia di nutrizione nato sulla spinta di Expo e e presieduto da Livia Pomodoro sta per pubblicare il primo rapporto sulle “buone pratiche”, che vanno dalle iniziative legislative a quelle dei sindacati, delle ong e della grande distribuzione organizzata. “Tra le buone pratiche – spiega Marco Pedol, coordinatore della ricerca – abbiamo scelto quelle che hanno un impatto significativo, caratteristiche qualificanti tali da sviluppare a loro volta cambiamenti positivi. Non menzioniamo invece le tante iniziative meritorie che però hanno un impatto limitato a nicchie di mercato”.

I numeri. Ogni anno, circa 4 milioni di persone si muovono all’interno dell’Unione Europea per il lavoro agricolo stagionale. Altri 100.000 arrivano invece dai Paesi extra-Ue. Sono una quota consistente degli oltre 22 milioni di lavoratori impegnati nei campi ogni anno. Nella Ue operano 10.838290 aziende agricole, concentrate per il 71% in cinque Stati: Romania, Polonia, Italia, Spagna e Grecia. L’agricoltura, in Europa, produce un valore superiore ai 400 miliardi di euro. Tra i Paesi con il più altro valore prodotto, la Francia è prima (circa 70 miliardi), seguita dall’Italia la seconda (oltre 50 miliardi).

La legislazione. L’Italia e il Regno Unito sono “gli unici due Paesi dell’Unione Europea ad aver approvato una normativa che riguarda direttamente gli abusi legati all’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura”, spiega Pedol, sottolineando quanto sia importante avere una legge, altrimenti “le iniziative delle organizzazioni rischiano di essere vanificate o di non avere un impatto importante”. La prima è la legge britannica, approvata nel 2005; quella italiana è arrivata nel 2016. Nel Regno Unito il cambiamento è stato radicale, e ha coinvolto positivamente stakeholder del settore, agenzie nazionali, produttori, e anche i consumatori, che sono stati investiti da diverse campagne di sensibilizzazione.

L’Italia. In Italia il processo è appena partito, ma ha già permesso l’avvio di diverse iniziative: la Coop ha avviato la campagna Buoni e Giusti, che ha coinvolto tutti gli 832 fornitori di ortofrutta del gruppo imponendo codici di condotta rigorosi che promuovono il rispetto dei diritti dei lavoratori agroli; l’azienda calabrese Campoverde Agricola, che opera nella piana del Sibari, ha avviato una attenta politica di assunzioni, portata avanti con la collaborazione dei sindacati e delle istituzioni locali; la FinAgricola, in Campania, ha avviato una politica integrata di sostenibilità; in Lombardia la Francescon Op Soc.Agr. ha migliorato le proprie politiche di assunzione e accoglienza dei lavoratori stranieri (ne ha molti provenienti dall’Africa). La Caritas italiana ha promosso il Progetto Presidio, che offre un supporto costante alle vittime di sfruttamento lavorativo, attraverso veri e propri presidi sul territorio, soprattutto nel Mezzogiorno. E poi ci sono le iniziative importanti della Rete del lavoro agricolo di qualità, rete promossa dal governo nel 2014; il camper dei diritti della Flai-Cgil, che gira i campi nel periodo della raccolta, il progetto Trentino Frutticolo Sostenibile, che coinvolge produttori e sindacati.

All’estero. L’Italia aderisce anche a molti protocolli con altri Paesi, tra i quali la Romania, il Belgio, la Bulgaria, Danimarca, Regno Unito e Irlanda. Molte anche le iniziative degli altri Paesi: a parte l’eccellenza britannica, dove le iniziative in oltre 10 anni si sono sviluppate sotto l’ombrello di una legislatura efficace, l’indagine del Milan Center for Food Law and Policy, che s’intitola BeAware (Best practises against work exploitation in agricolture) ne identica alcune come di particolare interesse, a cominciare da quella Bama Gruppen AS, azienda norvegese specializzata nella distribuzione di frutta e verdura, che attraverso uncodice di condotta ha imposto standard di produzione e di rispetto dei diritti umani in linea con le direttive ILO, “spesso chiedendo interventi superiori a quanto previsto dalla legislazione locale, per oltre 1.400 fornitori in 85 Paesi”. Ancora, di grande importanza le attività dei sindacati, in particolare in Italia, Spagna, Romania e Bulgaria, la Hazelnut Certification dell’associazione olandese UTZ-Rainforest Alliance e l’impegno internazionale dell’Ethical Trading Initiative (ETI) britannica. Ma “perché questi progetti abbiano successo – concludono gli autori dell’indagine – è fondamentale che aumenti il coordinamento dell’Unione Europea”. In effetti è stata appena pubblicata una direttiva che si muove in questa direzione, ma il processo è ancora lungo.

Articolo di Repubblica.it 

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