Combattere il caporalato si può

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Pietra di scarto: storia di una cooperativa pugliese che ha fatto del sociale, della lotta alla mafia e della sostenibilità ambientale le sue mission.

Nell’agro di Cerignola, in provincia di Foggia, la Cooperativa Pietra di scarto gestisce dal 2010 tre ettari di terreno confiscato alle mafie e coltivato in uliveto e pomodori. Della proprietà fa parte anche un fabbricato di due piani, circa 150 metri quadrati, tutto in cemento armato, che apparteneva a un clan ancora attivo, egemone nel foggiano soprattutto negli anni’80.
Questa è la storia di una Cooperativa pugliese che il Progetto Policoro – portato avanti dalla Cei in collaborazione con NeXt, rete di organizzazioni della societ à civile e di imprese tesa a promuovere una economia civile – ha mappato: buone pratiche realizzate nel segno della sostenibilità ambientale e sociale.

LA VOLONTÀ POLITICA DI COLTIVARE POMODORI

“Nasciamo nel lontano 1996 con un obiettivo chiaro: occuparci dell ’ inserimento lavorativo di persone in stato di disagio. Ma è nel 2010 che vinciamo un bando e iniziamo a gestire un bene confiscato alla mafia”. A parlare è Pietro Fragasso, il giovane e combattivo presidente di Pietra di scarto: è lui, accanto a una squadra di sei persone, a decidere la direzione: “Per noi l’antimafia deve diventare economia”.
E così è. La cooperativa organizza i campi di Libera e iniziative di antimafia sociale, aprendo le porte ad associazioni e scuole che vogliono visitare i terreni ed ascoltare questa piccola esperienza di economia di liberazione.
Il bene confiscato alla mafia diventa il Laboratorio di Legalità Francesco Marcone, intitolato proprio a un coraggioso direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, ucciso dalla mafia foggiana.
La situazione che i ragazzi della cooperativa trovano inizialmente è difficile: pesano 10 anni di abbandono, ma alla fine riescono a recuperare quel terreno un tempo usato come discarica. Si dedicano alla produzione di olive e avviano anche la coltivazione del pomodoro, con una precisa volontà politica. “La coltivazione di pomodori, in tutta l’area del foggiano, è sinonimo di caporalato, che non è un fenomeno a sé stante ma propedeutico al sostegno dell’intera filiera produttiva”.

COME SE PIANTASSIMO SCHIAVI

Il distretto Sud si estende fino a coprire una superficie di circa trentamila ettari di terreni lavorati a pomodoro e la maggior parte di questi ettari si trova nella provincia di Foggia: qui i migranti sono manodopera a basso costo e facilmente reperibile. Anche quest’anno il prezzo del pomodoro è arrivato a 8-9 centesimi al chilo: un prezzo ridicolo che può abbassarsi fino a 5 centesimi.
Questo porta i produttori a ottenere qualcosa che non ha alcun valore, come se fosse una commodity, con la differenza che il prodotto raccolto non ha una quotazione e non ha una borsa.
Quindi per fare business, l’elemento cruciale è proprio la gestione della manodopera: “È come se, invece di pomodori, piantassimo schiavi”.
Ecco il punto di partenza: “Questa situazione ci ha portato qui”. E “qui” è riuscire a produrre pomodoro in maniera differente: “Noi produciamo in maniera biologica, con la certificazione Bios dal 2014”.
Sia la produzione di olive che quella di pomodori è inserita all’interno di una filiera che è quella di Altromercato. Dal 2013, proprio con la Cooperativa, il consorzio Altromercato – di cui Pietra di Scarto è socia perché gestisce una Bottega del Mondo, a Cerignola – ha avviato il progetto Domestic Fair Trade, Commercio solidale italiano.
Fino ad ora, la trasformazione – sia delle olive sia dei pomodori – era affidata ad aziende amiche, ma nel giro di pochi mesi, si sposterà all’interno: in un laboratorio che sta per nascere presso il bene confiscato, grazie a una ristrutturazione del fabbricato. Il progetto, finanziato in gran parte da Fondazione con il Sud – con un contributo pari a 320.000 sui 390.000 complessivi – all’interno del bando Beni Confiscati 2016, porterà, finalmente, Pietra di Scarto ad aprire e chiudere l’intera filiera di produzione.

RIVOLUZIONE POMODORO

Partito nel dicembre del 2017, il progetto prende il nome di “Ciascuno cresce solo se sognato”, dalla poesia di Danilo Dolci, “Per una filiera equa e solidale del pomodoro”, il sottotitolo, e punta a trasformare un bene confiscato in una sorta di catalizzatore in grado di incidere , anche politicamente, sul territorio.
L’idea è questa: Altromercato paga alla Cooperativa 31 centesimi al chilo di pomodoro (prodotto bio e raccolto a mano) il che pone basi totalmente differenti all’interlocuzione con la manodopera: contratti in regola, salari equi, prodotto di qualità che arriva sugli scaffali di oltre 400 botteghe in tutto il mondo.
La cooperativa può contare su una rete costituita da sigle anche sindacali come FLAI CGIL, ALPA e i centri antiviolenza dove riescono a intercettare donne in difficolt à , anche lavorativa, in modo da formarle all ’ utilizzo delle macchine e quindi alla trasformazione del prodotto. Altromercato, in questo scenario, si impegna a distribuire parte del prodotto trasformato all ’ interno del proprio circuito.

OBIETTIVI SOSTENIBILI NON SOLO A PAROLE

Si concluso proprio mercoledì 13 giugno, il Festival dello sviluppo sostenibile, con un cartellone di eventi che si è ispirato ai 17 obiettivi fissati dalle Nazioni Unite nell’ambito di un grande programma d’azione rivolto a tutti i paesi membri.
Uno di questi – il così detto Goal 12, il più trasversale di tutti gli obiettivi contenuti nell ’ Agenda 2030 – riguarda proprio la questione cruciale di come governare una transizione verso un modello responsabile di finanza, produzione e consumo. E lo scorso 29 maggio, è stato al centro di un dibattito promosso nell’ambito del Festival, a Taranto, Puglia, a pochi chilometri dalla cooperativa guidata da Pietro Fragasso, che spiega: “Un modo per combattere il caporalato è ragionare sui prezzi: se non partiamo da qui, dal capire che cosa voglia dire coltivare pomodori e quanto poco vengano considerati i prodotti agricoli in generale, e il pomodoro nello specifico, commettiamo un errore enorme di valutazione. E abbiamo un approccio miope al problema. Al centro dell’analisi ci deve essere, invece, la consapevolezza di cosa significhi pagare una materia prima e quanto peso abbia, in questa valutazione, la dignità del lavoro di un produttore”.
“Per il progetto pomodoro, lavoriamo con persone che spesso hanno scontato pene detentive o che soffrono uno svantaggio di tipo sociale ed economico”. Tra queste, ci sono i ragazzi del famoso Ghetto Ghana”, in contrada Tre Titoli: un insediamento di migranti (ormai da tutto il mondo) ad appena 7 km da Cerignola.
“Cerchiamo di coinvolgere queste persone in tutte le fasi – dalla piantumazione alla raccolta – realizzando una filiera autodeterminata: questo implica che a creare il prezzo del prodotto siano pre-requisiti come la necessità e la sostenibilità”. Perché “se non si pone a premessa di tutto, la dignit à delle persone e si continua a ragionare al contrario, continueremo ad avere un prezzo del prodotto troppo basso e a far pagare un prezzo troppo alto alle persone”.

LA FORMAZIONE PRIMA DI TUTTO

La Cooperativa, nell’ambito di un progetto dell ’ associazione Terra Onlus, sta per attivare un tirocinio formativo nella propria sede e in altre cinque realt à , tra cooperative e produttori classici.
“Uno dei ragazzi selezionati”, racconta Fragasso, “vive a Ghana House: sono andato a prenderlo, alcuni giorni fa, per formalizzare il contratto di tirocinio: lui abita in una vecchia casa abbandonata, semi distrutta, senza acqua né luce. Quel giorno pioveva e io l ’ ho visto arrivare con un ombrello in mano e, ai piedi, un paio di ciabatte. Ho pensato che non avesse scarpe chiuse. Poi ho capito, riaccompagnandolo al ritorno: tutte le volte che piove, questo ragazzo è costretto a indossare le ciabatte perché, per arrivare a casa, deve guadare due veri e propri laghi. Ecco, lui vive in questa specie di casa senza niente dentro, con altre trenta persone”.
E arriviamo all’aspetto politico. “La legge contro il caporalato (la 29 ottobre 2016, n. 199) nasce perché a morire, due anni fa, è stata una donna italiana – Paola Clemente – sfruttata fino a essere uccisa dal proprio lavoro, in un vigneto di Andria: fu drammatico, me è stato come se prima non fosse morto mai nessuno!”.
La differenza? “Lei votava, gli altri no”. Sì, perché oggi, anche gli italiani sono schiavi a tutti gli effetti: guadagnano tra i 20 e i 25 euro al giorno, partendo nei pulmini dei caporali, alle tre di notte.
In parte, è proprio questa legge ad aver creato una sorta di schizofrenia: “da una parte diciamo di voler reprimere il caporalato, dall’altra non colpiamo al cuore il concetto di mercato e di prezzi che di fatto lo legittimano”.

ECONOMIA CIRCOLARE E INCLUSIONE

“Il nome di questa Cooperativa foggiana, Pietra di scarto”, dice Eleonora Rizzuto esperta di economia circolare e presidente dell’associazione italiana che se ne occupa, Aisec , “mi fa pensare a quanto uno scarto, un sottoprodotto, possa diventare cardine, chiave di volta e, dunque risorsa, per nuovi processi produttivi, disegnando un processo economico non più lineare ma circolare”.

“Continueremo a legare sempre il nostro impegno agricolo”, conclude Fragasso, “alla ricerca dell’ inclusione e in chiave di antimafia sociale : lo dobbiamo a persone come Pio La Torre , ucciso dalla mafia, perché politico siciliano e sindacalista, impegnato nella lotta a favore dei braccianti. Lo dobbiamo a tutti quelli che ci hanno dato la possibilit à di essere quello che siamo oggi, sogno incarnato di chi, lavorando come profeti in mezzo al nulla, nei primi anni 80, padri di un movimento che oggi è molto più esteso e conta su molte più persone, ha dato la vita per noi”.

 

Pagina internet: http://www.lastampa.it/2018/07/02/scienza/combattere-il-caporalato-si-pu-ECgeGmtUMlEHX9QJ0v8L1J/pagina.html

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