Caporali d’Italia, dramma da Nord a Sud.

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Complicità, silenzi e inchieste. La legge? Funziona, ma al governo non piace. E ora è a rischio

L’ultimo arresto è stato effettuato ieri: si tratta di un imprenditore agricolo di 40 anni, del Bangladesh, fermato dai carabinieri con l’accusa di caporalato. Nella sua azienda agricola di Casaloldo, nel Mantovano, i militari hanno trovato al lavoro, senza regolare contratto, tre stranieri, di cui uno risultato irregolare. L’imprenditore è stato posto agli arresti domiciliari in attesa del processo per direttissima, l’attività dell’azienda è stata sospesa. Inchieste e procedimenti penali contro i caporali d’Italia sono in crescita, anche se denunciare resta difficile. Il fenomeno dello sfruttamento dilaga ovunque e non esistono più zone franche, come dimostrano le storie che raccontiamo in questa pagina. È il vero risultato ottenuto con la legge 199, che permette di punire sia lo sfruttatore che il datore di lavoro. Eppure, con l’avvio della nuova legislatura, neppure l’applicazione puntuale della legge sembra sufficiente per convincere il governo a mantenere il testo in vigore senza modifiche. «Non è la legge del caporalato che risolve il problema del caporalato. Ci sono leggi che non funzionano, non si applicano o non si fanno funzionare» ha detto il vicepremier Luigi Di Maio, facendo seguito a quanto già detto dal ministro della Lega, Gian Marco Centinaio, e annunciando l’apertura di un tavolo interministeriale. In attesa di capire cosa cambierà, il fenomeno del caporalato nell’estate 2018 si diffonde a macchia d’olio. Non solo al Sud, ma in tutto il Paese. (D.M.)

QUI VENETO

Braccianti usati con il miraggio di un lavoro sicuro

di Luca Bortoli, Padova

Si trova ancora ai domiciliari nella sua abitazione di Abano Terme, Walter Tresoldi, 49 anni, imprenditore agricolo. Le manette sono scattate ai suoi polsi, e a quelli della moglie Fanica Hodorogea (oggi rilasciata), due mesi fa: nella loro azienda agricola di Albignasego, cintura urbana di Padova, per anni hanno sfruttato lavoratori stranieri, tra cui tre irregolari, con la complicità di un caporale bengalese, tuttora latitante nel suo Paese, dove controllava una rete di centinaia di potenziali braccianti disponibili a sganciare cifre anche di 10mila euro pur di rincorrere il sogno di una occupazione in Italia.

Appena un mese prima, l’accusa di caporalato era stata imputata a un marocchino 36enne, regolarmente in Italia e residente nella provincia di Rovigo. Khalid Faiz, titolare di un’impresa fantasma, aveva reclutato otto bengalesi richiedenti asilo ospitati nel centro di accoglienza allestito all’interno della ex base Nato di Cona, Bassa Padovana. Era solo un intermediario Faiz, perché a beneficiare del lavoro pagato 50, 100 o anche zero euro per 16 giorni di vendemmia, era un imprenditore italiano di Agna.
Il caporalato sembra attraversare la provincia di Padova e in generale il territorio veneto, come un fiume carsico. Per alcuni, pochi, episodi che emergono alla luce del sole – come i due eclatanti appena descritti – pare esserci un mondo sommerso, un ginepraio impossibile da penetrare per il regime omertoso che si è generato negli anni e, spesso, l’inadeguatezza delle istituzioni a intervenire in tempi rapidi.

Il racconto di chi si confronta quotidianamente con sfruttamento, umiliazioni, messa in stato di servitù, è drammatico. È di pochi giorni fa la denuncia della Flai Cgil di Padova: il caporalato va radicandosi nel nostro territorio. La segretaria generale Francesca Crivellaro entra nei dettagli: «Siamo inondati di confidenze e mezze verità. I lavoratori che si presentano ai nostri sportelli sono numerosi, ma all’atto pratico di presentare denuncia formale per avviare l’ispezione si tirano indietro. Siamo di fronte a immigrati che necessitano di permesso di soggiorno per rimanere sul suolo italiano: condizione necessaria per avere i documenti è l’occupazione. Ed ecco che il gioco è fatto. Il rischio di perdere tutto è troppo alto».

Eppure filtrano storie di sfruttamento anche nell’estremo Sud-Ovest della provincia, ai confini con Verona, dove operano aziende enormi, non radicate al territorio. E la dinamica si ripete nel Bassanese, quando la raccolta del pregiato asparago bianco necessita di molta manodopera disponibile a rimanere china sui solchi per molte ore al giorno.

Ma non si tratta nemmeno del solo settore agricolo, che nel Padovano conta 4mila addetti delle dimensioni e dei settori più svariati. Gianni Boetto di Adl-Cobas ricorda il caso dell’imprenditore della logistica Floriano Pomaro, detto “il signore della logistica” che, grazie a un sistema di cooperative che operavano nella piattaforma Acqua & Sapone, aveva creato a Padova un esercito di schiavi tutti extracomunitari. È lo stesso Boetto, che ha seguito il caso Tresoldi in prima persona, a dichiarare l’incapacità delle istituzioni di fronte al fenomeno. «Tra la coraggiosa denuncia dei lavoratori dell’impresa di Albignasego e l’arresto di Tresoldi è trascorso un anno e mezzo – spiega –. Il paradosso è che nel frattempo, oltre ai licenziamenti, c’era stata una conciliazione con i legali dell’imprenditore. L’arresto ha bloccato la seconda tranche dell’indennizzo concordato. In questo momento quindi i braccianti, tuttora senza lavoro, attendono ancora parte dei loro soldi». Cornuti e mazziati. O, per dirla in veneto, bechi e bastonà.

QUI SICILIA

Nel ghetto vuoto al centro di Ribera (che nessuno vede)

di Marilisa Della Monica, Agrigento

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini». È la frase con la quale lo scrittore svizzero Max Frisch, alla metà degli anni ’70, cercò di spiegare perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani, giunti nella loro Nazione. Una frase di drammatica attualità, ancor più se riferita a un settore, quello agricolo, fiore all’occhiello e motore dell’economia di alcune aree della provincia di Agrigento, specie quelle del versante occidentale. Ma ciò che conta non è quel che si vede, in questo viaggio, ma il sommerso fatto di sfruttamento, illegalità e indifferenza.

Siamo a Ribera, in un caldo pomeriggio, tra gli agrumeti, gli uliveti e i vigneti che costeggiano la strada che da Borgo Bonsignore conduce al centro: campi ben tenuti, con il fiore all’occhiello delle arance, le famose “Navel”. «Ribera – spiega Federico Spagnesi, della Caritas diocesana – fonda la propria economia su un serbatoio costante di lavoratori precari per mantenere un livello di prezzi adeguati al mercato. La filiera produttiva prevede tanti piccoli imprenditori che, uniti in Consorzi, hanno allacciato rapporti anche con la Coop nazionale. La manodopera per la raccolta delle arance è reclutata normalmente tra cittadini stranieri che da dicembre/gennaio cominciano a trasferirsi qui». Lo sfruttamento non si vede, ma basta entrare nei ghetti dimenticati da tutti per capire.

La prima tappa del viaggio è via Tevere. Non una vera strada, ma un grande cortile, tra degli edifici fatiscenti la cui costruzione non è stata ultimata, chiuso da un cancello. Dietro di esso due uomini. Dall’aspetto sembrano nordafricani, parlano tra loro animatamente. Gli edifici, anche se privi di finestre, porte, luce, acqua e gas sono abitati, lo si comprende dalle coperte utilizzate come tapparelle di fortuna e dagli abiti stesi ad asciugare. Quello che colpisce è che via Tevere è racchiusa in un contesto di normalità. A destra e a sinistra di questo piccolo ghetto, abitazioni ben mantenute con tanto di gerani ai balconi e piante all’ingresso. Come se via Tevere fosse un buco vuoto, non esistesse.

«Qui – dice Spagnesi – nel periodo della raccolta delle olive e delle arance abitavano molti dei migranti che lavoravano nei campi. Come vedi tutto è di fortuna». Tutto è sotto la luce del sole, tutto accade tra la normalità del vivere quotidiano, come se via Tevere fosse da sempre lì con il suo carico di umanità invisibile. Nei locali messi a disposizione dai padri vocazionisti sorge, dal dicembre 2010, il Centro di solidarietà “La Palma” che opera anche grazie al contributo di Caritas diocesana Agrigento. Qui ha sede il centro di ascolto cittadino e sono attivi i servizi di guardaroba, lavanderia, docce, pasto caldo. «Da ottobre a dicembre 2016 – racconta Nardina Mangiacavallo, altra volontaria Caritas – abbiamo avuto 160 ospiti, da gennaio a fine maggio 2017 il loro numero è calato a 110. Abbiamo fornito 6.700 pasti in 7 mesi».

Chi sono i giovani mandati nei campi? Per la maggior parte arrivano dalla Tunisia, giungono a Ribera attraverso un tam tam sui social network o contatti telefonici direttamente con i datori di lavoro, se già hanno lavorato qui, oppure attraverso connazionali stabilmente residenti in Sicilia. La paga? Poco più di 4 euro all’ora, per 9 ore al giorno. In via Fani, la situazione è la stessa: mancanza totale di servizi, buchi nei muri poi rinchiusi con porte di fortuna. Ci sono ancora degli ospiti in alcuni degli appartamenti. Lo si capisce dalle coperte messe a schermare i balconi e le finestre, dalle piccole discariche nei cortili e da alcuni uomini che bevono birra accanto al vicino campetto. Tutto intorno è degrado. «È proprio il sistema del reclutamento della manodopera che, in alcuni casi, spinge all’illegalità» spiegano i sindacati. Una situazione di schiavitù invisibile, anche da parte di chi avrebbe occhi per vedere.

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