Cinquanta centesimi l’ora, i nuovi schiavi nei campi sono bimbi e arrivano dalla Bulgaria

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«Guadagnano» dai 50 ai 75 centesimi all’ora. Sono i bambini-schiavi. Bulgari, di etnia rom, che hanno soppiantato i giovanissimi braccianti senegalesi e ghanesi nelle ampie campagne che si affacciano sul litorale domizio, a cavallo tra il Giuglianese e il territorio tra Castel Volturno e Mondragone.

I rom bulgari, da almeno cinque anni, percorrono ogni anno un corridoio drammaticamente silenzioso che li porta fino in Campania per poi riprenderlo a ritroso con la speranza di poter tornare con la successiva stagione del raccolto. Ma per «meritare» la fiducia dei caporali devono osservare rigorose prescrizioni, tra cui quella principale impone la massima riservatezza. Lo conferma Pasquale Campanile, segretario della Cgil-Flai di Caserta, il sindacato che ogni biennio elabora focus e promuove indagini sul lavoro nelle campagne. «Quella rom della Bulgaria si è rivelata una comunità omertosa, recalcitrante a qualunque approccio con gli altri — racconta — e per questo i loro componenti vengono rimborsati meglio rispetto ad altri braccianti di origine africana che, negli anni, affollavano i nostri campi. Abbiamo tentato di accostarli, di predisporre anche delle visite mediche, dato che molti di essi ci sono apparsi con visibili problemi posturali a causa delle fatiche alle quali sono sottoposti, ma qualunque tentativo di aprire un dialogo si è rivelato vano o molto complicato». Gli adulti percepiscono mediamente due euro l’ora. Le donne guadagnano all’incirca la metà. Mentre i minorenni (che secondo la Cgil rappresentano il 4% della popolazione rom impegnata nelle campagne del Casertano) incassano ancora meno.

È stato l’Osservatorio Placido Rizzotto ad esaminare il fenomeno dei rom bulgari nel Quarto Rapporto su Agromafie e Caporalato presentato dalla Cgil-Flai. In particolare, è stato studiato con attenzione il caso di Mondragone, la cittadina domiziana di 28 mila abitanti che da qualche anno ospita una comunità rom non stanziale. Si tratta di 500 o 600 persone che arrivano tra maggio e giugno e di 1000 o 1200 a settembre, secondo le stime, alloggiate, a turno, per non più di tre mesi, negli ex palazzi Cirio: un quartiere degradato e periferico dove ogni tanto le forze dell’ordine si affacciano per ripristinare l’ordine pubblico. Ma in questo breve tempo riescono a guadagnare mensilmente anche 5 o 7 volte il salario che riscuoterebbero in Bulgaria.

«Dividono l’anno lavorativo in due parti: quello in Italia e quello trascorso nella loro città di origine, integrando così i due redditi — spiegano dalla Cgil-Flai —. In provincia di Caserta arrivano solitamente con i bus, in viaggi ben organizzati che gli consentono, al loro arrivo a Mondragone, di avere accesso subito a una casa e a un lavoro. È un ciclo migratorio ben strutturato, a volte un vero e proprio “pacchetto per l’espatrio”, gestito dai capi delle organizzazioni criminali bulgare». Nel territorio dove per decenni ha spadroneggiato il clan dei casalesi, è la criminalità bulgara a gestire il fenomeno del caporalato. «Sono stati lasciati ampi vuoti di potere — osserva il sindacato dei braccianti — che gruppi malavitosi di Rom bulgari, in particolare quelli che gestiscono la manodopera, stanno, poco per volta, occupando. In zona, restano quattro o cinque boss. Ma di solito i veri capoclan controllano il traffico e il fenomeno dalla Bulgaria».

Il viaggio collettivo in pullman o in furgoni fino a Mondragone costa circa 100 euro. Le famiglie di braccianti, una volta giunte a destinazione, vengono alloggiate e il costo di affitto a persona si aggira sulle 70 o 100 euro al mese. Ogni mattina partono folte squadre di lavoratori rom alla volta delle campagne circostanti o del Giuglianese, ma talvolta devono percorrere fino a 150 chilometri per raggiungere il basso Lazio o il Salernitano, dove gli schiavi delle campagne sono costretti a dormire in tende di fortuna prima di fare rientro, alcuni giorni dopo, quando hanno completato il loro lavoro.

La paga viene stabilita dalla cosiddetta «borsa della manodopera». L’accordo viene anticipato da una trattativa che passa attraverso due caporali, uno rom e l’altro italiano. Il primo si relaziona direttamente con i braccianti. Mentre il secondo negozia la paga oraria con l’imprenditore. Alla fine, ciascuno trattiene per sé la propria quota. Un meccanismo che porta un’intera famiglia rom di 4 o 5 persone a ricevere la stessa paga di un adulto, lavorando la metà del tempo. «Per non dire dei bambini-schiavi che costano ancor meno — conclude il leader sindacale Campanile — e che con il tempo sono indotti ad imparare che quello è e sarà, purtroppo, il loro lavoro»

 

 

 

 

 

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