Lavoro agricolo, le proposte del Pd per salvare i raccolti: “Svuotare le baraccopoli e regolarizzare i braccianti”

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Un documento, firmato da un gruppo di parlamentari dem, risponde all’allarme lanciato dagli agricoltori sulla mancanza di manodopera. Orfini: “Potremmo risolvere l’emergenza nei campi, favorendo l’emersione del sommerso ed evitando che i ghetti si trasformino in bombe sanitarie pericolose”

Risolvere il problema della scarsità di manodopera nei campi – mancano all’appello circa 300mila braccianti agricoli – svuotando le baraccopoli di “invisibili” e regolarizzando tutti gli immigrati legati alla raccolta stagionale. E’ la proposta di un gruppo di parlamentari dem, guidati da Matteo Orfini, per dare una risposta a imprese e sindacati del settore agricolo. E per incoraggiare il governo e perseguire la strada dell’emersione del sommerso, come accennato di recente anche dalla ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova.
“Baraccopoli come quella di San Ferdinando in Calabria o altre realtà simili nel foggiano rappresentano delle bombe sanitarie pronte ad esplodere da un momento all’altro” spiega Orfini. E continua: “Per questo proponiamo di svuotarle e regolarizzare le migliaia di braccianti che lavorano in condizioni di sfruttamento, facendoli alloggiare ad esempio negli alberghi, che potrebbero per questo ricevere degli indennizzi. In tal modo risolviamo il problema agricolo e anche il pericolo sanitario che questi ghetti rappresentano, mettendo tutti – italiani e stranieri – in condizioni di sicurezza”.
Il documento propone dunque tre azioni congiunte: in primo luogo “fornire permessi di soggiorno che consentano di lavorare regolarmente” o per chi già ce l’ha, “prolungare fino al 31 dicembre quelli in scadenza il 15 giugno”. I permessi di soggiorno possono essere concessi “attraverso una nuova fattispecie legata al lavoro agricolo e all’emersione del lavoro sommerso o utilizzando lo strumento del permesso di soggiorno per calamità, quale certamente è una pandemia globale”.
La seconda azione è “organizzare l’evacuazione delle persone che vivono negli insediamenti informali prossimi ai luoghi in cui si fa agricoltura e il loro spostamento in luoghi salubri”, agevolando “accordi con i proprietari di strutture alberghiere o ricettive”.
Il terzo punto è “realizzare strutture informatiche di collocamento agricolo”, come una “piattaforma che consenta l’incrocio di domanda e offerta di lavoro stagionale e abbatta i rischi di capolarato e di infiltrazione criminale fra i lavoratori stagionali”. Una proposta, quest’ultima, analoga a quella spiegata a Repubblica dall’ex ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, sull’esempio del portale francese “Braccia per il tuo piatto”. Il sito online dovrebbe essere lanciato direttamente dal Mipaaf, “in collaborazione con sindacati e le associazioni di categoria, fornendo anche automaticamente la possibilità di spostarsi fra le varie aree del Paese per raggiungere le zone di raccolta”.

Il documento reca in calce le firme di Laura Boldrini, Enza Bruno Bossio, Susanna Cenni, Monica Cirinnà, Vincenzo D’Arienzo, Andrea Ferrazzi, Chiara Gribaudo, Antonella Incerti, Daniele Manca, Tommaso Nanninici, Matteo Orfini, Giuditta Pini, Gianni Pittella, Fausto Raciti, Roberto Rampi, Luca Rizzo Nervo, Tatjana Rojc, Angela Schirò, Paolo Siani, Mino Taricco, Valeria Valente e Francesco Verducci.

Qui di seguito il documento in versione integrale:
Persone e lavoro regolari per non dare linfa al caporalato
Si stima in oltre 300.000 unità il numero di lavoratrici e lavoratori agricoli venuti meno dopo l’inizio dell’emergenza sanitaria. Tutte le principali associazioni del mondo agricolo e la stessa Ministra dell’Agricoltura Bellanova hanno sottolineato la gravità della situazione che rischia di lasciare senza manodopera adeguata una parte rilevante della filiera agricolo alimentare. Contemporaneamente vi è un numero importante di lavoratrici e lavortori agricoli stranieri senza permesso di soggiorno, per lo più richiedenti asilo che hanno visto respinta la propria domanda di asilo, e che quindi sono in condizioni di irregolarità per la legge e sono oggetto di sfruttamento lavorativo. In questa situazione emerge in termini stridenti un paradosso. Da un lato vi è una domanda di lavoro agricolo che non trova adeguata risposta, dall’altro lavoratori presenti nel nostro Paese in condizioni di irregolarità e quindi impossibilitati a rispondere a quella domanda, se non in termini di lavoro nero, soggiogati al caporalato.

A questa situazione di sfruttamento e precarietà che caratterizza la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici delle campagne, si aggiunge in questi giorni difficili per il nostro Paese l’emergenza Coronavirus. Queste persone, questi lavoratori in misura rilevante associano alla precarietà lavorativa e allo sfruttamento anche una precarietà e fragilità abitativa caratterizzata per lo più da insediamenti informali rurali, dei veri e propri ghetti in prossimità dei campi, del loro luogo di lavoro che diventa un tutt’uno con il proprio ambiente di vita. È evidente che una situazione abitativa già inaccettabile in tempi normali, diventa una situazione ancor più insostenibile e potenzialmente pericolosa in presenza di una pandemia globale. Lo chiediamo non solo perché è giusto ma perché nell’interesse collettivo, nessuno infatti può sentirsi sicuro se si creano nuovi focolai di coronavirus

Per queste ragioni è necessario intervenire con tre azioni strettamente correlate fra loro, in termini di urgenza:
1) Un intervento che consenta di far emergere questi lavoratori e lavoratrici e fornire un permesso di soggiorno che consenta loro di lavorare regolarmente. Per chi ha già un permesso di soggiorno vanno superate le scadenze temporali, prorogando la validità al 31 dicembre 2020. Per i lavoratori agricoli che non hanno un titolo di soggiorno valido va riconosciuto, in virtù della straordinaria situazione sanitaria, economica e sociale, un permesso per motivi di lavoro che consenta di rispondere alla domanda di manodopera in modo regolare, facendo emergere le situazioni di opacità o irregolarità che stanno dietro lo sfruttamento. Questo può essere fatto o attraverso una nuova fattispecie di permesso legato al lavoro agricolo e all’emersione del lavoro sommerso o utilizzando lo strumento del permesso di soggiorno per calamità, quale certamente è una pandemia globale come dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, rilasciato a norma dell’articolo 20-bis del TUI (Testo Unico Immigrazione), che consente di svolgere attività lavorativa.

2) Affrontare la precarietà abitativa delle lavoratrici e dei lavoratori agricoli degli insediamenti informali rurali che diventa in questa fase un potenziale amplificatore dei pericoli sanitari. Per questo organizzare l’evacuazione delle persone che vivono negli insediamenti informali prossimi ai luoghi in cui si fa agricoltura e il loro spostamento in luoghi salubri e che consentano di dare loro la dignità di un alloggio adeguato e di ottemperare in modo efficace alle disposizioni in materia di salute pubblica. Per farlo è possibile agevolare accordi con i proprietari di strutture alberghiere o ricettive anche utilizzando gli strumenti previsti nell’art.6 comma 7 del DL 18/2020 che fornisce la possibilità di disporre temporaneamente di beni immobili per far fronte ad improrogabili esigenze connesse con l’emergenza.

3) Realizzare strutture informatiche di collocamento agricolo, una piattaforma che consenta l’incrocio di domanda e offerta di lavoro stagionale e abbatta drasticamente i rischi di caporalato e di infiltrazione criminale fra i lavoratori stagionali, senza attendere gli incerti tempi della piattaforma di ANPAL. Dovrebbe essere immediatamente lanciata dal Ministero delle politiche agricole, in collaborazione con i sindacati e le associazioni di categoria, e fornire automaticamente la possibilità di spostarsi fra le varie aree del Paese per raggiungere le zone di raccolta. Per gestire queste scelte è necessario promuovere una forte relazione, anche attraverso un tavolo straordinario, con le Associazioni agricole maggiormente rappresentative, con i sindacati del mondo agricolo, con i soggetti del Terzo Settore che si occupano di insediamenti informali agricoli, con le Organizzazioni Internazionali che si occupano di Diritti Umani. Non si tratta di offrire singole azioni o misure assistenziali, non si tratta di mettere in atto politiche di riduzione del danno, ma assumersi in pieno e per intero la responsabilità di una soluzione strutturale che metta in sicurezza queste persone da un punto di vista delle sicurezze lavorative, abitative e di dignità sociale.

 

di: Monica Rubino

fonte: https://www.repubblica.it/politica/2020/04/10/news/pd_lavoro_agricolo_documento-253649958/

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